Per inquadrare il personaggio basterebbe guardare questo video http://slam.ly/lance-zumba.
Dobbiamo aggiungere altro? Probabilmente no, però si tratta di Lance quindi un pizzico di pepe in più ci vuole.
Ah quindi stiamo provando a raccontare di “Born Ready”, “Coney Island’s finest”? Buona fortuna a noi.
La nostra storia parte da molto lontano. Un ragazzino tutto asfalto, sfrontatezza e handles, termine americano difficilmente traducibile, tentiamo con “trattamento”, di palla si intende.
Se a 15/16 anni ti meriti i riflettori del Rucker Park condividendo il campo con giocatori Nba di quelli veri, non gli sventolatori seriali di asciugamano, qualcosa di buono lo devi di necessità avere.
Sì ma, quanto in profondità?
Questo è il nodo della questione quando si parla di Lance. Che il nocciolo sia delizioso è evidente, ma quanto è spesso il guscio? Prima ventata di popolarità non esattamente gestita nel migliore dei modi. Problemi di qua e di là, affidabilità che latita, college di prima fascia che lo snobbano. Finisce a Cincinnati, non un idillio. Da Born Ready ad essere chiamato a metà secondo giro (n°40-Indiana Pacers) qualcosa lungo la strada non deve essere andato nel verso giusto.
Però se Larry Bird ti dà una chance non tutto è perduto. Primi mesi di ordinaria follia, sì e tanta panchina.
Poi i primi minuti in campo e qui la personalità, che non manca di certo, gioca a suo favore.
Energia. Ad ogni allacciata di scarpe in maglia Pacers ne regala in abbondanza. In napoletano si parlerebbe di “cazzimma”. Mettere insieme talento e foga agonistica è merce rara. Lance lo è di certo, e di fianco a George, Granger e Hibbert è essenzialmente perfetto.
Tre corse fantastiche ai playoffs dal 2012 al 2014, infrangendosi sempre contro Lebron ed i suoi Heat.
“Usciamo per il terzo anno contro i Bulls ed il Jordan della nostra epoca” dirà uno sconsolato Frank Vogel.
Poi il tremendo infortunio occorso a PG, il rifiuto del quinquennale propostogli da Bird e tre anni di faticoso girovagare per la lega.
Charlotte, LA sponda Clips, Memphis, New Orleans, Minneapolis.
Se sei un tipo “alla Lance” arrivare in cima è un percorso lungo e faticoso, ma crollare è questione di un attimo. Cinque squadre cambiate, irriconoscibile in campo, sirene cinesi ed un giocatore ai margini.
Poi ad un passo dal baratro, la nuova chiamata dei Pacers. La rinascita e due viaggi ai playoffs, terminati ancora per mano del Re, questa volta in maglia Cavs.
Questo James sembra proprio essere nel suo destino. Il soffio nell’orecchio, diventato istantanea di culto per gli appassionati, cinque serie spese tentando di “entrargli sotto pelle” ed infine gli inattesi attestati di stima. Lebron sbarca ai Lakers e nella letterina consegnata a Magic c’è il nome di Lance.
“Tutti quei cani rognosi che mi han dato fastidio in questi anni, proviamo a convocarli a corte” avrà pensato il nativo di Akron. Ed ecco Stephenson, ecco Rondo, ecco Mcgee.
Un nuovo capitolo per Lance. Servirà energia, la stessa che ha mostrato di avere negli anni di Indiana.
Quella manciata (della mano di Kawhi però) di follia necessaria per provare ad impensierire la corazzata della Baia.
“Non possiamo batterli giocando la loro pallacanestro. Proviamo a giocare la nostra”.
Sembra il contesto giusto per Stephenson, stupendo gregario, un po’ meno memorabile solista.
Al netto del gioco, un personaggio unico ed a suo modo iconico nella stravaganza e nell’instabilità che lo animano, ma che lo rendono validissimo se la battaglia che devi combattere necessita di binari alternativi per rimescolare le carte che ti vedono sfavorito.
Che sia una sala di Zumba a Venice Beach o i minuti finali di una gara7 ai PO sappiamo con certezza che Lance saprà nuovamente stupirci.
Che questa volta lo faccia in positivo?


