LA LEONESSA DI TINGE D’AZZURRO

Tutto questo riguarda qualcosa che va oltre delle semplici scarpe. Tutto questo va oltre alla pallacanestro.

Oggi, mi unisco alla famiglia Under Armour, ma non sto provando a vendere un paio di scarpe ora. Lasciatemi raccontare una breve storia. Datemi dieci minuti e vi prometto che ne varrà la pena. Vi potrei mai mentire?

Per questa storia dobbiamo andare indietro fino al 2011 in Cameroon. Avete presente come fanno questo genere di flashback nei film? Ecco immaginatelo così. Le immagini scorrono indietro…

YAOUNDÉ, CAMEROON 2011

Un’immagine aerea dell’intera città…poi la ripresa lentamente si stringe sulle strade. Un giovane Joel, sedicenne. Dannatamente magro. Senza stile. Con una camicia a maniche corte. Veramente cascante. Che torna a casa dall’allenamento di pallavolo. No, in realtà, starei sicuramente correndo a casa dall’allenamento di pallavolo perché mia madre mi concedeva solamente quindici minuti per tornare e buttarmi sul libro di matematica o di altre materie. Quindi immaginatemi di corsa.

Ci siete? Questa è la scena.

Il giorno seguente la mia vita stava per cambiare. Avevo giocato zero partite di pallacanestro in tutta la mia vita. Realmente zero. Ogni volta che mia madre usciva per andare a comprare qualcosa in drogheria o altro, sgattaiolavo fuori e andavo al parco per fare qualche tiro. Tutto qui.
Ma essendo così alto, questo allenatore mi scoprì e mi invitò al camp di Luc Mbah a Moute. Una grande occasione qui in Cameroon. Il camp sarebbe iniziato il giorno seguente, l’occasione di una vita giusto?

Credevo in me stesso e nei miei sogni. Sapevo che se fossi andato a quel camp, avrei potuto raggiungere l’NBA.

Realmente.
Ci credevo.
Sapevo fosse destino.

…….

Nooooooo, vi sto prendendo in giro. Non credevo assolutamente in me stesso.
Questo allenatore venne da me, riempiendomi di parole confuse, del tipo, “Tu vai a questo camp e poi puoi essere invitato al Basketball Without Borders in Sud Africa, ed essere poi reclutato per giocare in America”.

Ed io lo guardavo incredulo, “America? Non so nemmeno palleggiare, signore”.

Ero così spaventato di presentarmi al camp ed essere preso in giro che non andai.

Mia madre era in vacanza in Francia per visitare la famiglia, mio padre stava lavorando, non avevo nemmeno un cellulare e nessuno poteva contattarmi. Avevo l’occasione di una vita, e decisi di stare a casa tutto il giorno con Arthur, mio fratello minore, a giocare a Fifa.
La cosa triste era che non si trattava nemmeno del nuovo Fifa.

E non era nemmeno la nuova Playstation. Avevamo ancora la Playstation 2.

Arthur era il preferito di mia madre, la faceva sempre franca, ma con lei all’estero, questa era la mia occasione di potermi rilassare senza dover fare venti ore di compiti. Così lo maltrattai tutto il giorno con il Real Madrid. Tutto il santo giorno. Il mio sogno NBA stava letteralmente morendo, ma stavo giocando alla Play. Mi stavo divertendo.

Poi mio padre tornò a casa.

Uno di quegli allenatori lo chiamò e gli disse che non mi ero presentato. E mio padre, era un militare. Non un semplice militare, un ufficiale. Il classico genere di persona che non aveva mai nemmeno dovuto alzare la voce con noi, bastava uno sguardo e ti mandava dritto in paradiso. Non scherzava affatto.

Così il giorno seguente, non avevo scelta. Dovevo andare al camp ed essere preso in giro. Gli allenatori pensavano comunque che non mi sarei presentato, così vennero a casa mia la mattina seguente e mi seguirono fino al camp. Letteralmente mi seguirono. Questa è una storia vera. Mi ricordo che pensavo, “perché a questi ragazzi importa così tanto che io vada a questo camp? Sarò un disastro”.

Ma poi…. Non so.. Non ero così terribile. Il primo giorno schiacciai. Non una schiacciata alla Jordan. Non mi librai in cielo tra le nuvole o cose simili. A malapena saltai. Ma schiacciai sulla testa di altri ragazzi e tutti al camp erano eccitati!!!

Non capii che la mia vita stava cambiando proprio quel giorno. Volevo ancora essere a casa a giocare a Fifa. Ma fui notato e fui invitato ad andare in Sud Africa al Basketball Without Borders. Ed anche lì andò bene e fui reclutato per andare in America a giocare all’High School. Sembrava tutto confuso. Come se accadesse tutto nel giro di pochi mesi.. Ed in effetti fu proprio così.

Passai dal Cameroon ai 76ers in 3 anni. Senza i miei genitori, senza Luc e senza quegli allenatori che credevano sarei potuto diventare qualcuno, sarei ancora sul divano a giocare alla Play con mio fratello. In nessun modo avrei realizzato il mio sogno se fosse dipeso solo da me.
La cosa assurda è che accadde tutto così velocemente, lasciai il Cameroon e non ci tornai per tre anni.

Mi lasciai tutto alle spalle. E la cosa più strana fu che, nonostante riuscii a giocare per Kansas prima e ad essere draftato dai 76ers poi, la mia famiglia non era entusiasta. In Cameroon è differente. I miei genitori mi volevano dottore. Erano orgogliosi di me, ma non gli importava molto dell’NBA. Arthur invece era eccitatissimo. Cominciò a seguire le mie orme, a giocare, sognando di raggiungermi in America.

Fummo molto fortunati. Non eravamo ricchi, ma non ci mancava nulla. Nei quartieri attorno a noi molte persone facevano fatica. Alcuni bambini con cui crescemmo non avevano nulla. Ogni volta che chiamavo, mio padre mi raccontava di come Arthur regalasse nostre cose ai vicini più bisognosi. Piccole cose, come cibo o vestiti, ciò di cui avevano bisogno. Voleva condividere con loro.

Intendo, aveva solo 13 anni. A quell’età solitamente si cerca solo di apparire e piacere agli altri. Lui era diverso. Cercava di assicurarsi che tutti stessero bene. Quanti bambini agiscono in questo modo? Ero veramente orgoglioso di lui. E sapevo quanto lui lo fosse di me.

Arthur non è rimasto tra noi per molto. Pochi mesi dopo che fui scelto al Draft, restò coinvolto in un incidente stradale mentre tornava a casa e morì. Da quel momento la mia vita cambiò. Fu un periodo veramente duro per me, ero lontano da casa da molto tempo.
Dopo la sua morte continuavo a ripetermi che tutto il mio percorso doveva andare oltre il basket.
Avevo avuto questa occasione di venire in America per giocare a basket ma ciò che mio fratello stava facendo a casa era aiutare le persone.

Quando mi trovai con Under Armour, una delle prime cose di cui parlammo fu di come questo accordo potesse riguardare ben di più di una linea di scarpe o del basket stesso. Volevo aiutare le persone come Luc aveva fatto con me.

È pazzesco.. Sono tornato in Sud Africa quest’estate per il Basketball Without Borders, e tutti i ragazzini del camp mi guardavano, e voglio dire… sette anni fa, io ero come loro. Loro erano esattamente come me, capite cosa intendo? Alcuni di quei ragazzi, lo potevi vedere nei loro occhi. Potevi vedere il dolore. Potevi vedere la sofferenza di ogni giorno. La vita non è facile. Non lo dimenticherò mai.. Stavamo visitando un orfanotrofio della città un giorno, ed un piccolo ragazzino mi fissava senza dire alcuna parola.

Poi mi corse incontro, mi salto in braccio e mi abbracciò, come fossi suo padre. È stato incredibile, questi bimbi non hanno niente ma hanno così tanto amore. Hanno così tanto da dare al mondo.

“This is not an African problem. When you travel around the world, and even when you travel around America, you see so many kids who are struggling with the most basic things. We can be better than this.”

Il basket mi ha dato tutto, ma il mio impegno deve andare oltre. Questa è stata la prima cosa che ho detto ad Under Armour e loro erano con me al 100 %. Tutto ciò non riguarda un accordo per le scarpe. Intendo, sono certo che disegneranno per me un paio di scarpe belle almeno quanto me. Ne sono certo. Questo accordo sarà fantastico.

Ma questo va ben oltre. Voglio usare questa collaborazione per fare qualcosa di tangibile. Voglio fare qualcosa che renda orgoglioso mio fratello.

E voglio cominciare a farlo a Philly.

Quando vieni in America dall’Africa, ti aspetti che tutto sarà perfetto. Ti aspetti che la maggior parte delle persone abbia una vita agiata. Quando sono arrivato a Philadelphia ho visto che qui c’era la povertà reale. C’era sofferenza.

Questa città mi ha sostenuto durante tutti gli infortuni ed il dolore. Per anni. Onestamente quando sono rientrato dopo due anni, pensavo che sarei stato fischiato una volta uscito dal tunnel. Letteralmente pensavo che tutti nel palazzo mi avrebbero fischiato.

Non accadde. E quando segnai il mio primo canestro, l’intero palazzo festeggiò per me. Questo mi aiutò molto. Si dicono cose assurde su Philly, ed alcune sono anche vere, ma l’intera città mi ha supportato dal giorno 1. (Ok, ahahah, forse dal giorno 2).

Voi tutti avete creduto nel Processo (Trust the Process). Mi avete sostenuto. Ora devo fare del mio meglio per restituire qualcosa indietro. Lavorerò per fare grandi cose assieme ad Under Armour. Ho molte sorprese per la comunità di Philly, e per il resto del mondo.

La squadra è pronta. Rimanete sintonizzati. Tutto ciò andrà oltre il basket.

Potrei mai mentirvi?